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UN'EDUCAZIONE DA RIFARE

I bambini e le bambine che giocano nel cortile della scuola elementare sono cambiati, solo alcuni assomigliano a quelli della nostra memoria, gli altri, e sono sempre più numerosi, si distinguono per i grandi occhi neri o per il taglio a mandorla delle palpebre, per la carnagione olivastra o anche decisamente nera, i capelli ricciuti o, al contrario, assolutamente lisci. Si possono dunque riconoscere caratteristiche orientali, africane, sudamericane, ma non solo. Ci sono anche gli occhi celesti e i capelli biondi dei paesi del nord-est. Tutti sorprendentemente si esprimono in italiano, a volte anche con una precisa inflessione dialettale. Sono bambini e bambine di una città dalle numerose etnie, sono bambini e bambine di una cultura complessa. Non essendo cresciuto in una cultura multietnica e avendo conseguentemente fatto una determinata esperienza scolastica, mi chiedo cosa e come insegneranno i nostri maestri che in qualche caso hanno classi con più della metà di bambini diversi. Possiamo immaginare che anche questi diversi imparino a leggere e scrivere in italiano, a far di conto e a parlare inglese, ma cosa dovranno studiare di geografia? Il Friuli, la Namibia o la regione del Paranà? E di storia? Devono sapere di Cesare imperatore o del re Sukhotai, di Garibaldi, Juarez o Nânâ Sâhib detto Dandu Panth? E di religione? Forse gli insegnanti sono diventati particolarmente capaci e trattano di ogni cosa nel rispetto delle geografie, delle storie e delle religioni e di quant'altro è diverso in una classe di diversi oppure non ci si cura dei paesi di origine e si insegnano come sempre le nostre cose. Ma è possibile anche che, per evitare confusioni o privilegi, abbiamo deciso di rinunciare alla geografia e alla storia e alla religione e venga insegnato altro, qualcosa di ancora più diverso, di diverso per tutti.
Siamo fiduciosi nel ritenere che se la soluzione non è stata ancora trovata la si stia veramente cercando e in questa ricerca ci sentiamo in qualche modo impegnati. Ci sentiamo impegnati per quanto riguarda quella educazione sessuale di cui si parla da oltre cent'anni. Il tempo trascorso ha consentito di formulare e riformulare obiettivi e programmi e siamo passati dalle indicazioni del maestro Venturi (L'insegnamento sessuale? Sua pratica attuazione nelle scuole. Firenze 1913) che aveva organizzato precisi interventi destinati agli alunni della scuola elementare, ai numerosi manuali oggi disponibili. Le indicazioni di allora come i programmi di oggi non hanno trovato possibilità di realizzazione fatta eccezione per alcune iniziative spesso preziose, ma pur sempre limitate. Così mentre i nostri legislatori si ricordano saltuariamente di porre il problema per lasciare poi che lo scadere della legislatura faccia scadere anche i progetti di legge e mentre noi continuamo a ragionare di educazione sessuale ci siamo convinti di aver raggiunto le soluzioni didattiche più opportune, cambiano gli alunni, gli insegnanti, la scuola, la società e sembra che si debba proprio rifare tutto.
Ma cosa si deve rifare? Se ancora pensiamo, come pensava il Venturi, che l'educazione sessuale debba proporre modelli di vita maschile e femminile e impartire conoscenze utili a perseguire la realizzazione di quei modelli, bisognerà decidere se non cambiare nulla ed estendere quella stessa azione "educatrice" anche gli allievi diversi o se modificare le cose e impartire norme su cui modelli propri delle diverse culture rappresentate; Se invece si ritiene che l'azione educatrice debba portare strumenti di conoscenza non preoccupandosi di imporre modelli, che debba evidenziare quanto è presente la dimensione sessuale nelle diverse materie sessuando il discorso per attuare una educazione che non ci piace più chiamare sessuale, ma sessuata e infine che debba essere condotta privilegiando l'ascolto di quanto c'è già di sessuale nelle conoscenze degli allievi e delle allieve, i cambiamenti saranno inevitabili. D'altra parte l'esperienza educativa con questa o con quella classe non può essere altro che diversa; cambiano i protagonisti e quindi cambiano i risultati. Sappiamo che non si tratta di un cambiamento semplice anche se, muovendosi nella direzione di uno scambio e di un arricchimento, potrà senz'altro ripagare della maggior attenzione e del maggior impegno richiesto per accogliere diversità ancora più difficili di quelle che di consueto gli allievi propongono semplicemente per il loro essere persone diverse pure appartenedo alla medesima cultura.


9/18/2005

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