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SUL FINE VITA ED IL TRAPIANTO D’ORGANI

di Silvio Zerbi

Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo su un tema così attuale e profondo rivolto ad un pubblico non tecnico ma ad un auditorio giovane e solitamente avvezzo a ben altri pensieri, ho pensato a lungo sul come rendere accessibile e chiaro un argomento di cui in molti parlano ma di cui purtroppo pochi sanno. Chi scrive è un’anestesista rianimatore, lavoro nella terapia intensiva di un grande ospedale Lombardo dove quotidianamente abbiamo a che fare con problematiche così strettamente legate alla scienza ed alla coscienza, all’etica e alla religione. Cosa sa oggi il grande pubblico sulla donazione d’organi e sulla morte cerebrale? Perché è stato necessario aggiungere quell’aggettivo, “cerebrale” dopo la parola morte? Non bastava, non era sufficiente e già abbastanza cruda la parola “morte” stessa? No, non lo era. Nel marasma mediatico che ha seguito in questi ultimi mesi la triste storia di Eluana Englaro mi è capitato di ascoltare pareri e obiezioni mossi da ogni dove accumunati purtroppo e troppo spesso da una tortuosa confusione di fondo. Era viva? Era morta diciasette anni orsono? Era una non vita? Si sarebbe potuta risvegliare? E così via un fiume in piena di domande e di dubbi sulle quali religiosi e politici insieme a gente comune, medici, giornalisti e scrittori, hanno intavolato i numerosi dibattiti che oramai eravamo soliti seguire sui giornali od in tv in seconda serata per discuterne poi a nostra volta la mattina dopo al bar o sul luogo di lavoro. Lo scopo di questo scritto, senza lasciar spazio alle opinioni personali, è quello di fare un po’ di chiarezza sul fine vita, argomento che mai potrà essere relegato a sterili conversazioni senza fondamenta, essendo questo l’accomunante della natura di ognuno di noi, parte intrinseca del significato dell’uomo.
Partiamo da alcune considerazioni, dimentichiamoci per un attimo della favola di cenerentola che muore e si risveglia dopo il bacio del principe ,abbandoniamo l’ottica romantica della morte con la quale i nostri genitori ci hanno giustamente cresciuti e con i piedi per terra andiamo a leggere la definizione universalmente riconosciuta di morte cerebrale “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo” (Articolo 1. Definizione di morte, legge 578\1993). Questo concetto ,che già nei primi anni ’70 vide in Finlandia la sua nascita, sostituì in maniera chiara e incontrovertibile varie altre definizioni basate su criteri cardiologici ( …quando il cuore smette di battere…) o respiratori (..quando si esala l’ultimo respiro..) che lungo tutto il secolo scorso hanno contribuito a confondere sempre più nella gente comune il concetto di fine vita tanto che, per un certo periodo di tempo all’inizio di secolo ebbe un discreto successo la vendita di bare munite di cordicella legata in superficie ad un sonaglio, cosicché se mai lo sventurato si fosse svegliato a sepoltura avvenuta, gli sarebbe bastato suonare il campanello…
Fortunatamente oggi siamo bel lontani da tutto questo essendo la morte cerebrale una delle più precise e puntuali diagnosi che la medicina conosca. Su di essa si basa il rispetto per il defunto e la correttezza etica verso i famigliari, la vita altrui derivante dalla donazione d’organi e l’universo scientifico che ruota intorno ad esso. Ricolleghiamoci un attimo all’attualità, nessuno si è mai domandato come mai ai parenti di Eluana non abbiano mai chiesto il consenso per la donazione d’organi?Ma allora era morta, viva od era in coma? E tutte quelle storie che si sentono sui vari rotocalchi di gente che si risveglia da questa specie di sonno profondo? Distante da me la presunzione di voler rispondere a quando ed in che termini una vita valga la pena di esser vissuta, mi sento però in obbligo ad una precisazione, l’unico sinonimo di morte cerebrale è lo stato di coma definito depassè, deve rispondere a dei determinati criteri che ora per chiarezza andrò ad illustrare ma il concetto che deve passare è che si differenzia il maniera netta da quella serie di altre definizioni diagnostiche che in ordine di gravità definiscono lo stato vegetativo (quello di Eluana per intenderci), lo stato decerebrato, il coma profondo.
Queste gravi condizioni che purtroppo solo in una piccolissima percentuale di casi vedono, grazie ad una costante fisioterapia, un miglioramento clinico del paziente e che in un’ ancora più piccola percentuale
permettono il ritorno ad una vita dotata di una certa autonomia, non possono per legge rientrare nei canoni di diagnosi di morte cerebrale e quindi non possono essere in alcun caso considerati né morti né, ovviamente, donatori di organi. La morte cerebrale è irreversibile, non c’è, non c’è mai stato e non ci può essere alcun tipo di recupero. È solo grazie alla tecnologia che oggi disponiamo che è possibile mantenere, per un periodo di tempo comunque limitato, l’attività cardiaca e respiratoria di questi soggetti con l’unico fine di preservare gli organi che possono, una volta espiantati, regalare una vita nuova ad altri esseri umani. Il 12 Giugno 2008 sulla Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto con il quale si ridefiniscono i criteri ai quali i medici si devono obbligatoriamente attenere per poter dichiarare lo stato di morte cerebrale, sono criteri inflessibili e rigidi riguardanti : “l’assenza dello stato di vigilanza e di coscienza, dei riflessi del tronco encefalico e del respiro spontaneo, l’assenza di attività elettrica cerebrale, l’assenza di flusso sanguigno cerebrale (in caso si tratti di bambini di età inferiore ad un anno od in caso siano stati somministrati farmaci depressori il sistema nervoso centrale). La simultaneità di queste condizioni deve essere rilevata per almeno due volte in un periodo mai inferiore alle 6 ore (24 h in caso di danno cerebrale anossico) da un collegio di tre medici, nello specifico un medico legale o un anatomopatologo, un’anestesista rianimatore, un neurologo od un neurochirurgo esperto di elettroencefalografia. Solo allora potrà essere posta diagnosi di morte cerebrale e nel caso, si potranno avviare le procedure per l’espianto d’organi. Questo dovrà coinvolgere per legge medici differenti da quelli che hanno diagnosticato la morte ed ancora differenti saranno quelli che potranno poi impiantare l’organo del donatore su un ricevente (…)”. Il decreto si estrinseca poi in ulteriori precisi dettagli tecnici che comprendono ogni possibile eventualità ed opzione. Un ultima considerazione credo debba riguardare il dramma umano del consorte ( in caso di mancato chiaro assenso o dissenso alla donazione precedentemente dichiarato dal defunto, legalmente è lo sposo/a che decide, se celibe o nubile i genitori ed in mancanza di questi i figli se maggiorenni ed infine i fratelli o sorelle) che si sente domandare riguardo alla volontà sull’espianto degli organi di chi, quella stessa mattina, gli si era alzato accanto coltivando come ogni altro giorno, il sogno di una vita insieme. È sicuramente quanto di peggio possa accadere, l’impossibilità temporale dell’elaborazione del lutto ed il dover decidere riguardo a quel cuore che,dato di fatto, pulsa ancora. Lontani anni luce da paesi come la Cina, dove vengono eseguite oltre un migliaio di esecuzioni all’anno con un colpo di pistola alla nuca del condannato e l’equipe chirurgica adibita all’espianto pronta nello stanzino accanto, la nostra Italia pur con tutti i suoi difetti ha una legislazione in materia estremamente chiara e valida, matrimonio di etica religione e scienza, atta alla difesa della libertà di scelta dell’individuo, alla salvaguardia della salute ed al rispetto della morte, dalla quale come in un ciclo continuo ,è possibile oggi, generare nuova vita.

Dr. Silvio Zerbi
zerbi_md@hotmail.com

Silvio Zerbi
4/27/2010

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