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CELLULE STAMINALI E CURE COMPASSIONEVOLI

Il dibattito sulle cosiddette “cure compassionevoli” e l'impiego di cure sperimentali tramite utilizzo di cellule staminali sta da giorni sta prendendo uno spazio che sta nel mezzo tra lo scientifico e quello mediatico.
Stiamo parlando di terapie che, pur non essendo autorizzate, la legge consente in via straordinaria in quei casi in cui non vi siano altre opzioni terapeutiche e ci siano prove sufficienti di una loro sicurezza o efficacia. In ordine cronologico, le ultime sperimentazione nella cura di malattie rare sono quelle che vengono effettuate tramite l'utilizzo di cellule staminali: cellule che si trovano negli embrioni, nei tessuti fetali, nel liquido amniotico, nel cordone ombelicale e in alcune parti dell’organismo adulto come il midollo, in grado di trasformarsi e potenzialmente capaci di «riparare» organi, tessuti, pelle. Al momento infatti le iniezioni di staminali rappresentano soprattutto un’incognita perché la ricerca richiede protocolli clinici lunghissimi e onerosi, i cui risultati non sempre coincidono con quelli, pur sorprendenti, mostrati da singoli episodi.
Quando a essere coinvolta è la salute, soprattutto quella di bambini affetti da malattie gravissime, si fatica a mantenere una razionale lucidità, lasciando magari il passo a speranze che spesso si basano poco sulla scientificità. Nel caso delle staminali a mancare, secondo le autorità scientifiche nazionali, sarebbero proprio queste prove di efficacia e sicurezza..
Mancano studi coerenti che certifichino la sicurezza ed efficacia delle cure, i cui esiti immediati possono rappresentare miglioramente visibili, ma delle quali si potrebbero non conoscere ancora eventuali rischi o effetti collaterali a più lungo periodo.
Però in alcuni pazienti, sottoposti ad iniezioni di staminali, i miglioramenti ci sono stati, visibili e verificati.
In Italia l'uso "compassionevole" è regolamentato dal Decreto Ministeriale 8 maggio 2003 "Uso terapeutico di medicinale sottoposto a sperimentazione clinica."(G.U. n. 173, 28 luglio 2003, Serie Generale).
Il motivo del decreto è consentire a pazienti senza altre risorse terapeutiche, l’uso di farmaci non ancora completamente studiati (o comunque per loro indisponibili a titolo gratuito), quando le probabilità rischio/beneficio appaiano favorevoli. A garanzia dei pazienti, la legge ne esige il consenso informato e prevede che il medicinale debba essere in fase avanzata di sperimentazione e l'autorizzazione può essere rilasciata soltanto qualora ricorrano specifiche condizioni. L'autorizzazione alla cura deve essere disposta da un giudice e, se da una parte è chiara la volontà di non sottoporre a gravi rischi pazienti che già vivono atroci dolori quotidiani, dall'altra parte ci si chiede come possa una persona, in qualità di giudice, spegnere anche quella flebile fiammella di speranza a quelle famiglie che soffrono e che si aggrappano talvolta anche ad un'llusione di cura per potere andare avanti.

Nim
4/2/2013

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